Era una gelida notte d’inverno, proprio una di quelle notti in cui la nebbia è fitta e, quando respiri, il freddo sale su per le narici ghiacciandoti la fronte. Lei stava nella sua stanza: era rannicchiata come un riccio, sotto una coperta di lana spessissima, protetta da tutto ciò che c’era all’esterno.
Eppure non riusciva a dormire, forse perché, a dire il vero, quella coperta le procurava prurito alla faccia, oppure, in fondo, quell’ammasso di lana, spesso quanto un libro, non bastava a ripararla dai suoi pensieri. E più pensava, più si rigirava su se stessa, più la faccia le pizzicava.
Con un gesto brusco si tolse la coperta di dosso e si mise seduta sul letto, i piedi scalzi toccavano il pavimento con la punta, avvertendo per un attimo il gelo e ritraendosi subito dopo.
Poi, rimasta ferma ancora per qualche secondo a riflettere, si alzò e si mise addosso il primo cappotto che trovò tastando al buio con le mani, si infilò un paio di vecchi stivali ed uscì.
I lampioni lungo la strada erano accesi e illuminavano più che potevano il paesaggio notturno e nebbioso, lei amava le luci di quei lampioni perché erano arancioni, a differenza dei lampioni “comuni”, come diceva lei, che avevano luci bianche e le davano una sensazione di vuoto e freddo.
E ora, camminando sola, di notte, in una strada immersa nella nebbia, se non per qualche fascio di luce calda qua e là, si sentiva più tranquilla di prima. E quasi, siccome non vedeva più nulla, le sembrava di star sognando; nonostante il freddo pungente, non le mancava la coperta pruriginosa, anzi, sentiva che l’aria era pulita e più fresca. E allora, con la mente più lucida, si mise a pensare ancora.
Ad un tratto sentì un rumore alle sue spalle, come un sibilo metallico che la fece sussultare e interruppe all’istante il flusso dei suoi pensieri, si voltò e non vide nulla, ma dopo pochi passi sentì lo stesso identico, raccapricciante suono. Impaurita si girò ancora: dietro di lei c’era un uomo mal ridotto, gobbo, coi vestiti strappati, al collo portava un fischietto d’argento; lei, non potendo fingere di non averlo visto, si fermò, in attesa che lui parlasse per primo.
Aveva paura, ma quello che non sapeva era che presto avrebbe incontrato il peggiore dei suoi incubi. Guardandola fissa negli occhi, il vecchio prese il fischietto. Quello che sentì fu solo un suono forte e acuto, poi il buio.
Si tappò le orecchie, serrò gli occhi: quando li riaprì riconobbe la propria stanza e poi ancora lei chiusa nella sua stanza. Per un momento ne fu sollevata, ma l’attimo dopo si sentiva di nuovo imprigionata, provò ad aprire la porta, ma la serratura era bloccata; presa dal panico andò verso la finestra e sollevò la tapparella.
E, proprio in quel momento, vide la sua più grande paura avverarsi: la sua stanza si era staccata dal resto della casa e lei era sola, senza acqua né cibo e sentiva di non poter affrontare la situazione. Non aveva nulla, se non quella coperta di lana. Presa da uno sconforto infinito si mise a piangere e non poteva far altro che asciugarsi le lacrime su quella maledetta coperta.
Poi, però, ebbe un’idea, forse data dalla disperazione, aprì la finestra, e una ventata gelida le sferzò il viso; prese la coperta e la gettò.
All’improvviso risentì quel rumore assordante e si ritrovò nella stessa strada: la nebbia però era sparita, c’era solo un cielo pieno di stelle, che la fece sentire forte… e finalmente libera.
Tutto quello che le aveva sempre dato sicurezza era diventato come la coperta di lana: la proteggeva, ma, al tempo stesso, la opprimeva. E comunque, a dirla tutta, quella coperta le dava davvero troppo prurito.